"Il primo passo che devi fare se vuoi essere una persona di successo è decidere che tipo di persona vuoi essere"
John M. Capozzi
Nel precedente articolo abbiamo parlato di come il nostro sistema lavoro sia ormai un sistema superato e come noi lavoratori ci siamo ritrovati ad essere un ingranaggio di un meccanismo che non vuole talenti ma solamente esecutori di ordini.
Abbiamo parlato di come questa mentalità sia entrata nelle nostre ossa al punto di farci credere che sia sempre stato così. Alzati puntuale, timbra il cartellino, non rompere troppo i coglioni e noi ci occuperemo per sempre di te.
Vediamo oggi che questo "per sempre" inizia a scricchiolare e soprattutto i giovani, di cui quattro su dieci sono disoccupati, non riescono comunque a capire quale sia la strada giusta per ripartire e vincere.
Le statistiche sulla disoccupazione, da una parte preoccupano, dall'altra forniscono un alibi per chi, in fondo, di lavorare non è che ne ha così tanta voglia. Dire "sono disoccupato perchè il tasso di disoccupazione è alto" può essere un dato di fatto puramente matematico ma sarebbe più utile chiedersi "come mai mi ritrovo fra i quattro che non lavorano piuttosto che fra i sei che lo fanno?" (ma le virgolette vanno prima del punto interrogativo o dopo? Chi lo sappia mi aiuti...).
Chi fa un lavoro che non lo soddisfa si ritrova quasi sempre nella stessa situazione ossia quella di accettare inerme o quasi che qualcuno abbia deciso per lui. Scrivendo quasi mi riferisco al fatto che nella maggior parte dei casi il lamento diventa l'unica soluzione, non considerando che soluzione non è ma solamente modo di far capire agli altri che la colpa non è mai propria ma sempre altrui.
Si, lo so, la tua situazione è diversa. Tu avevi talento ma poi è successa una cosa gravissima...tu volevi avere quella promozione ma poi è arrivato il tuo collega con la "spinta" migliore...tu avresti voglia di fare ma in Italia la meritocrazia...lo so, lo so, la vita con te è stata proprio malvagia e questo dovrebbe essere un motivo in più per impegnarsi ancora e prepararsi al meglio per affrontare anche le ingiustizie, reali o inventate che siano (a proposito quando è stata l'ultima volta che hai letto un libro o frequentato un corso per migliorarti professionalmente?).
Facciamo un pochino di storia, tanto per annoiarvi un po'.
Il lavoratore italiano è sempre stato molto stimato...fino a un po' di tempo fa. Il secondo dopoguerra, l'industrializzazione e la migrazione dalle campagne alle città hanno fatto si che ci fossero molti più lavoratori di quanto fosse la richiesta con la conseguente disponibilità ad accettare lavori sottopagati e condizioni di lavoro pessime. Una forte migrazione verso Francia, Belgio, Germania, Argentina, Canada ed altri paesi ha fatto conoscere il lavoratore italiano all'estero come grande faticatore. Ok, all'estero dicono anche tante altre cose di noi, in alcuni posti ci considerano tutti Sopranos o Mama boys e raccontano la barzelletta che se leghi le mani ad un italiano, diventa muto ma in questo luogo non ci interessa.
Ciò che invece volevo far capire è che quello che noi facevamo negli anni '50 oggi lo fanno nel nostro paese i lavoratori dell'est e noi non abbiamo più quella esigenza (ancora) di lavorare a prezzi bassi e condizioni pessime.
A questo punto se non ci distinguiamo più per essere grossi faticatori sarà il caso di inventarsi qualcosa.
Sarà il caso di ritirare fuori quei talenti insiti nel nostro modo di essere che questa società industriale ha soffocato ma questo significa prendersi delle grosse responsabilità perchè:
- Devi trovare il tuo ruolo;
- Devi uscire dal coro;
- Devi rischiare.
Questi possono sembrare concetti nuovi ma in realtà è quello che facevano i nostri bisnonni quando non esistevano pensioni, ammortizzatori sociali o assicurazioni che salvavano un raccolto da una grandinata.
Trovare il tuo ruolo significa fare una cosa che nessuno insegna nelle scuole ossia fermarsi un attimino a pensare a ciò che realmente vogliamo dalla nostra vita lavorativa evitando di farsi trasportare esclusivamente dagli eventi, come io stesso ho fatto per anni.
Significa scegliere una professione e chiedersi cosa devi sapere ed avere per arrivare a farla. Se sei un imprenditore, quindi vendi un prodotto o un servizio, significa capire in quale fetta di mercato collocare quel prodotto ed agire di conseguenza.
Se sei un libero professionista e quindi vendi te stesso, dovrai capire dove vuoi collocare la tua figura professionale.
Una volta scelto il ruolo è necessario farsi però una domanda, alla quale poi trovare una risposta:
"Perchè il mio capo/il mercato/il cliente dovrebbe scegliere me piuttosto che un altro che ha scelto il mio stesso ruolo, che cosa mi distingue?
Domanda che ci porta al punto due.
Uscire dal coro, che significa dire ciò che pensi e fare ciò che credi sia giusto senza pensare a ciò che diranno gli altri, significa non fare quel che fai perchè lo fanno tutti, significa dare spazio a quei lampi di genio che ogni tanto vengono a chiunque senza auto censurarsi per paura dei giudizi dei colleghi e del tuo capo, significa esternare la naturale genialità che è in tutti noi senza necessariamente cercare l'approvazione degli altri, significa, come ci insegna Seth Godin nella "Chiave di svolta", ad essere degli artisti.
Uscire dal coro significa anche eliminare alcune convinzioni fra le quali:
- Il lavoro è noioso e faticoso;
- Lavorare significa fare ciò che altri ci dicono di fare;
- E' importante trovare un lavoro sicuro;
- Lavoro e passioni non vanno d'accordo;
- Più si lavora e più si è pagati.
Significa che devi essere diverso dal tuo collega o dal tuo diretto concorrente, prendendo iniziative senza necessariamente aspettare ordini e suggerimenti dal tuo capo o dai tuoi clienti. Si chiama Proattività, evoluzione della reattività.
Tutto questo ci porta inevitabilmente a rischiare di più perchè:
Se sei te a decidere quel che fare senza aspettare ordini, la colpa di una scelta sbagliata sarà solo ed esclusivamente la tua.
Uscire dal coro ti porrà in una posizione scomoda, criticato da tutti coloro che vedranno in te un pericolo e si difenderanno attraverso falsi consigli (se questo accade sappi che sei sulla strada giusta).
Per portare la tua posizione lavorativa dove vuoi te avrai forse bisogno di rimetterti a studiare investendo sicuramente tempo e forse denaro (hai voglia di fare sacrifici?).
Se sei un dipendente il tuo capo potrebbe guardarti di traverso perchè gli artisti sono difficili da incasellare.
Andare verso un obiettivo preciso potrebbe significare fare delle scelte difficili, come cambiare lavoro o cambiare città.
Vedi da solo che i miei consigli non portano ad una soluzione facile ed immediata e sicuramente neanche indolore ma sarebbe come pretendere di diventare un maratoneta senza allenarsi, se qualcuno ti dice che è possibile sappi che ti sta prendendo per il culo ed io non amo raccontare favole.
Purtroppo o per fortuna, fate voi, è arrivato il momento di ripartire e prima si fa, meglio ci si troverà. Se vi può consolare proprio ieri leggevo sulla rivista "L'impresa" che il management fatto di processi ben precisi, dove è necessario solamente un controllo delle corrette pratiche non sta dando nel tempo i risultati sperati perchè sta soffocando i talenti.
Quindi, artista, cerca il tuo talento e allenati più che puoi per diventare un professionista vincente e per farlo, adesso. prendi carta e penna e scrivi:
- Quale voglio sia il mio ruolo nel mercato?
- Cosa mi distingue o mi distinguerà?
- Cosa devo fare per raggiungere gli obiettivi e quali rischi corro?
Una volta terminato inviatemi i vostri commenti e vediamo di che pasta siete fatti.
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