martedì 17 novembre 2015

L' altra faccia della leadership



Eccoci ancora qua a parlare di leadership, argomento trito e ritrito su cui tanto si è detto e non sempre in maniera illuminante.

Mi trovo spesso a leggere teorie, articoli, perfino best seller su questo tema rendendomi conto di quanto siano poco realizzabili i consigli scritti.
Quando una teoria non è applicabile non vale la pena perderci tempo.

Ve lo ricordo per non essere frainteso che stiamo parlando di ambiti professionali, di aziende, di luoghi in cui non sempre ciò che è giusto e bello accade.
Anzi, il giusto e bello non accade quasi mai.
Forse, parlando di leadership, avviene nello sport e in poche altre situazioni.
Nelle aziende però i meccanismi, le motivazioni, gli umori, le dinamiche sono decisamente complesse, soprattutto nel nostro paese.

Non voglio fare la parte di colui che disprezza il luogo in cui vive o che generalizza ma per esperienza personale vi assicuro che muoversi con serenità all’interno di un luogo di lavoro in Italia significa anche comprendere alcune leggi che sui testi non possono essere scritte, se vuoi anche venderli.

La leadership, ad esempio, è una dote che tutte le persone chiamate a guidare un gruppo di lavoro dovrebbe avere.
Parliamo naturalmente di leadership buona, quella illuminante, quella che non comanda ma che invoglia, quella che non spinge ma che attira, quella autorevole e mai autoritaria.
Nessuno si sentirebbe di negare queste teorie.
Nemmeno io.

Fatto sta che buttata giù così, come spesso accade nei testi di cui parlavo prima, mi sa un po’ di pubblicità del mulino bianco, dove la bella famiglia felice si sveglia bella e pimpante e si ritrova a tavola per una meravigliosa colazione.
La realtà è decisamente diversa e purtroppo o per fortuna io amo occuparmi della realtà.


Nei luoghi di lavoro non sempre è semplice motivare i propri collaboratori e mai lo è stato.
Negli ultimi anni è diventato ancor più complicato per due motivi ben precisi

  • In pochi hanno una necessità di lavorare paragonabile a quella di quaranta anni fa
  • Il lavoratore è diventato sempre più tutelato, informato e consapevole


State pur certi che se nei luoghi di lavoro funzionava ancora il vecchio metodo del bastone e la carota non ci ritroveremmo qui a parlare di leadership.
Oltretutto ci scommetto la testa che questa recessione economica, come riflesso, sta facendo riaffiorare nelle aziende figure più simili ai vecchi capi autoritari.

Fatto sta che nella trasformazione da capo a leader si è spesso perso di vista l’obiettivo fondamentale che si è chiamati a raggiungere quando all’interno di un’organizzazione si ricopre ruoli di responsabilità, ossia quello di ottenere risultati.
Come dicevo, il bello e giusto non sono cose di questo mondo e ancor di più non devono venir prima delle mete.

Avere luoghi di lavoro in cui si respira un clima di rispetto, di comprensione e di benessere è certamente un bene, nella misura in cui comunque il lavoro venga svolto nei tempi e nei modi richiesti.

Non fraintendetemi, non sto dicendo che bisogna tornare ai tempi in cui l’unica motivazione valida nei confronti dei collaboratori consisteva nel porre davanti al bivio “o fai come dico io o sei fuori”.

Ciò che però noto con troppa frequenza è un atteggiamento, da parte di chi si proclama o viene proclamato leader, di assenza di frizioni a tutti i costi, perché un leader non urla, non comanda, non si mette mai in contrasto con i propri collaboratori.

Tutto buono, solo ed esclusivamente se i risultati tangibili danno ragione.
Purtroppo però quasi mai questo avviene, come la pubblicità del mulino bianco.
Perché siamo umani, diversi l’uno dall’altro e ciò che può motivare o comunque portare all’azione alcuni non vale per altri.

Tanto che sempre più spesso si parla di leadership situazionale, quella che più di ogni altra ritengo efficace, dove un leader deve essere capace di saltare da uno stato all’altro, da un atteggiamento all’altro in base a situazioni e persone differenti che incontra sulla strada.
Arriverà allora inevitabilmente il momento in cui ci si dovrà scontrare, magari anche duramente, con i propri seguaci.
E non si può, anzi non si deve evitare, far finta di, chiudere un occhio e a volte tutte e due.
Volente o nolenti si dovrà fare la cosa giusta.

Oltretutto chi è leader o chi vorrebbe esserlo deve avere la consapevolezza che tra lui ed i vecchi capi, quelli bastardi dentro, non c’è una gran differenza.
Sono solo due modi differenti di fare la stessa cosa.
Anzi, a volte, quando si è in presenza di un leader altamente carismatico, la sua influenza può essere molto più subdola di quella di chi apertamente  trattava male i propri collaboratori.

La responsabilità in questo caso è forte, molto più di un tempo, perché i seguaci saranno disposti a seguire il proprio leader anche verso le destinazioni più sbagliate.

Attenzione allora a parlare di leadership con troppa superficialità, limitandosi ad elencare le differenze fra lui ed il capo o fra lui ed il manager, troppo semplice, troppo poco efficace.
La leadership ha molte facce e la realtà è molto più complessa della teoria.

A volte un giretto nelle aziende dove poveri cristi partono da casa alle 5 di mattina, cercando di capire come trovare un grande “perché” a far bene e meglio ogni giorno quel che fanno, non farebbe male ai tanti, troppi guru in giro per il paese.

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