Eccoci ancora qua a parlare di leadership, argomento trito e
ritrito su cui tanto si è detto e non sempre in maniera illuminante.
Mi trovo spesso a leggere teorie, articoli,
perfino best seller su questo tema rendendomi conto di quanto siano poco
realizzabili i consigli scritti.
Quando una teoria non è applicabile non vale la
pena perderci tempo.
Ve lo ricordo per non essere frainteso che stiamo
parlando di ambiti professionali, di aziende, di luoghi in cui non sempre ciò
che è giusto e bello accade.
Anzi, il giusto e bello non accade quasi mai.
Forse, parlando di leadership, avviene nello sport
e in poche altre situazioni.
Nelle aziende però i meccanismi, le motivazioni,
gli umori, le dinamiche sono decisamente complesse, soprattutto nel nostro
paese.
Non voglio fare la parte di colui che disprezza il
luogo in cui vive o che generalizza ma per esperienza personale vi assicuro che
muoversi con serenità all’interno di un luogo di lavoro in Italia significa
anche comprendere alcune leggi che sui testi non possono essere scritte, se
vuoi anche venderli.
La leadership, ad esempio, è una dote che tutte le
persone chiamate a guidare un gruppo di lavoro dovrebbe avere.
Parliamo naturalmente di leadership buona, quella
illuminante, quella che non comanda ma che invoglia, quella che non spinge ma che
attira, quella autorevole e mai autoritaria.
Nessuno si sentirebbe di negare queste teorie.
Nemmeno io.
Fatto sta che buttata giù così, come spesso accade
nei testi di cui parlavo prima, mi sa un po’ di pubblicità del mulino bianco,
dove la bella famiglia felice si sveglia bella e pimpante e si ritrova a tavola
per una meravigliosa colazione.
La realtà è decisamente diversa e purtroppo o per
fortuna io amo occuparmi della realtà.
Nei luoghi di lavoro non sempre è semplice
motivare i propri collaboratori e mai lo è stato.
Negli ultimi anni è diventato ancor più complicato
per due motivi ben precisi
- In pochi hanno una necessità di lavorare paragonabile a quella di quaranta anni fa
- Il lavoratore è diventato sempre più tutelato, informato e consapevole
State pur certi che se nei luoghi di lavoro
funzionava ancora il vecchio metodo del bastone e la carota non ci ritroveremmo
qui a parlare di leadership.
Oltretutto ci scommetto la testa che questa
recessione economica, come riflesso, sta facendo riaffiorare nelle aziende
figure più simili ai vecchi capi autoritari.
Fatto sta che nella trasformazione da capo a
leader si è spesso perso di vista l’obiettivo fondamentale che si è chiamati a raggiungere
quando all’interno di un’organizzazione si ricopre ruoli di responsabilità,
ossia quello di ottenere risultati.
Come dicevo, il bello e giusto non sono cose di
questo mondo e ancor di più non devono venir prima delle mete.
Avere luoghi di lavoro in cui si respira un clima
di rispetto, di comprensione e di benessere è certamente un bene, nella misura
in cui comunque il lavoro venga svolto nei tempi e nei modi richiesti.
Non fraintendetemi, non sto dicendo che bisogna
tornare ai tempi in cui l’unica motivazione valida nei confronti dei
collaboratori consisteva nel porre davanti al bivio “o fai come dico io o sei
fuori”.
Ciò che però noto con troppa frequenza è un
atteggiamento, da parte di chi si proclama o viene proclamato leader, di
assenza di frizioni a tutti i costi, perché un leader non urla, non comanda,
non si mette mai in contrasto con i propri collaboratori.
Tutto buono, solo ed esclusivamente se i risultati
tangibili danno ragione.
Purtroppo però quasi mai questo avviene, come la
pubblicità del mulino bianco.
Perché siamo umani, diversi l’uno dall’altro e ciò
che può motivare o comunque portare all’azione alcuni non vale per altri.
Tanto che sempre più spesso si parla di leadership
situazionale, quella che più di ogni altra ritengo efficace, dove un leader
deve essere capace di saltare da uno stato all’altro, da un atteggiamento
all’altro in base a situazioni e persone differenti che incontra sulla strada.
Arriverà allora inevitabilmente il momento in cui
ci si dovrà scontrare, magari anche duramente, con i propri seguaci.
E non si può, anzi non si deve evitare, far finta
di, chiudere un occhio e a volte tutte e due.
Volente o nolenti si dovrà fare la cosa giusta.
Oltretutto chi è leader o chi vorrebbe esserlo
deve avere la consapevolezza che tra lui ed i vecchi capi, quelli bastardi
dentro, non c’è una gran differenza.
Sono solo due modi differenti di fare la stessa
cosa.
Anzi, a volte, quando si è in presenza di un
leader altamente carismatico, la sua influenza può essere molto più subdola di
quella di chi apertamente trattava male
i propri collaboratori.
La responsabilità in questo caso è forte, molto
più di un tempo, perché i seguaci saranno disposti a seguire il proprio leader
anche verso le destinazioni più sbagliate.
Attenzione allora a parlare di leadership con
troppa superficialità, limitandosi ad elencare le differenze fra lui ed il capo
o fra lui ed il manager, troppo semplice, troppo poco
efficace.
La leadership ha molte facce e la realtà è molto
più complessa della teoria.
A volte un giretto nelle aziende dove poveri
cristi partono da casa alle 5 di mattina, cercando di capire come trovare un
grande “perché” a far bene e meglio ogni giorno quel che fanno, non farebbe
male ai tanti, troppi guru in giro per il paese.

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